
Qui di seguito riporto le mie riflessioni e proposte a partire da una densa giornata di scambio e confronto.
Innovazione
degli spazi educativi per una nuova comunità educante
Le nuove
prospettive della cultura presuppongono una modalità di lavoro e di ricerca a
tutto tondo protesa alla qualificazione del territorio. In particolare la
riflessione sui concetti di cultura diffusa, intelligenza e creatività, permettono
di approfondire il ruolo dell’innovazione come chiave di volta tra teoria e
azione, tra acquisizione scientifica e processo culturale.
Se
per innovazione si intende un processo che genera sviluppo e crescita, che
offre elementi costruttori di bene comune, uno dei più importanti luoghi
dell’innovazione dovrebbero diventare gli spazi e gli ambienti della formazione
e dell’educazione.
L’innovazione tra azione e riflessione
L’innovazione
si fonda sui dispositivi della capacitazione e della relazione, come ben
argomentato da Umberto Margiotta pensando al capability approach. L’ambiente
scuola, i parchi gioco, i luoghi di aggregazione comunitaria più o meno formali,
diventano quindi un elemento chiave di indagine sui processi che formano le
qualità degli individui.
In
questo senso il riferimento all’Inquiry circle di Dewey del 1938, oltre che
quello di Kolb del 1984 e di Bruce e Bighop del 2008 offrono interessanti
spunti per analizzare i processi della generazione e rigenerazione della cultura
negli universi della socializzazione educante. Essi si basano in particolare su
due elementi chiave: l’azione sul campo (osservazione, esperienza,
sperimentazione, discussione) e l’astrazione o generalizzazione, determinata
dall’importante ruolo della riflessione, che non è altro l’introiezione,
analisi ed elaborazione costruttiva degli esiti dell’azione. Come noto essi
costituiscono le caratteristiche fondamentali della professionalità di coloro
che hanno responsabilità diversificate sugli ambienti preposti all’educazione e
alla formazione: la politica, l’amministrazione, la scuola, l’università sotto
i più diversi punti di vista hanno il compito euristico dell’ identificazione
pedagogica di questi luoghi, nell’ottica tutta laportiana della “comunità
educante”.
Innovazione degli spazi tra bisogni e
motivazioni
Il
percorso che guida all’identità si basa sull’innato bisogno umano che tende
alla conoscenza e all’autorealizzazione, ben descritto con la tassonomia dei
bisogni di Abraham Maslow. Il bisogno, oltre che procedere da una mancanza, è
guidato dall’elemento positivo della motivazione, che quanto più è intrinseca,
tanto più è soddisfacente e contaminante. I luoghi pubblici preposti alla
formazione più o meno formale, oggi, sono alla ricerca di una loro identità e
più specifica connotazione.
Negli
ambienti dell’architettura sta maturando interesse e sensibilità per la
progettazione dello spazio pubblico come luogo ibrido, tra giardini e cortili
delle scuole, spazi gioco all’aperto, luoghi di aggregazione. Se pensiamo alle
scuole, alcuni istituti comprensivi, istituti superiori e professionali
appartenenti ai diversi contesti territoriali vanno cercando un profilo pedagogico
che guidi l’azione didattica. Ne sono prova non poche iniziative che vanno
dalla toscana, si pensi alle “scuole senza zaino” di Marco Orsi, alla
Lombardia, con le esperienze di Cristina Bonaglia per le secondarie superiori,
all’Alto Adige, dove proliferano scuole pubbliche fino alla secondaria di primo
grado a orientamento montessoriano, steineriano e misto, con nuove
organizzazioni dello spazio degli arredi e delle attività.
La
scuola da luogo di accentramento del sapere, si sta aprendo alle cosiddette
“periferie dell’apprendimento”, che si muovono tra i mondi della formazione
istituzionale, informale, sportiva, del lavoro e della vita pubblica. In questo
processo gli stessi luoghi tradizionalmente preposti all’insegnamento, le
classi, si aprono ai corridoi, ai connettivi, cercando trasparenze visive o
spazi di lavoro condiviso. I grandi androni diventano le “piazze dell’incontro
e dell’apprendimento”, gli spazi abitualmente destinati a funzioni specifiche
si smaterializzano a vantaggio di una ibridazione dei tanti luoghi “morti” o di
passaggio tra gli ambienti.
Ambienti di apprendimento tra creatività e
casualità
Interessante
è considerare che, se la riflessione sul concetto di “ambiente di
apprendimento” è nata a partire dalle potenzialità delle tecnologie e della
Rete, come luogo dell’apprendimento individuale, ma anche condiviso e
partecipato, in cui sostenere i processi conoscitivi in ottica costruttivista,
oggi gli assunti e le modellizzazioni didattiche (pensiamo al problem solving e
agli ask sistem di Jonassen) maturati sugli ambienti virtuali vogliono tradursi
in spazi fisici e operatività concrete negli
ambienti scolastici. Nasce una nuova attenzione alla “geografia degli spazi
educativi” come luoghi dell’orientamento consapevole e dell’esperienza nella
tensione tra libertà e controllo del processo conoscitivo. Si fa strada la
riflessione sul concetto di “apprendimento creativo”, che per il fatto stesso
di connotarsi come divergente, è diversificato, multiprospettico, proteso verso
la validazione delle qualità di ciascuno come differente dagli altri, secondo
il principio inclusivo, certamente anche gardneriano del: tutti uguali e tutti
diversi.
In
realtà la creatività è un processo che spinge l’individuo ad affinare le
proprie capacità espressive, valorizzando la propria specialità o differenza
nel raccontarsi, nel leggere il reale e nel porsi nel mondo per trovare sempre
di più la propria identità. Un percorso costellato da casualità, come
acutamente segnalato da Roberto Masiero, una casualità affasciante, perché
indica una serie di accadimenti che possono essere letti come impedimenti o
occasioni, a seconda di quanto ciascuno, quindi anche gli enti preposti
all’educazione alla formazione, abbia chiara la propria direzione.
Creatività tra flessibilità e movimento
Al
concetto di creatività si lega anche quello di flessibilità, come proposto da Mario
Lipoma, inteso come azione e movimento con le cose/sulle cose, che genera
relazionalità ed interdisciplinarità. È proprio l’attenzione allo sviluppo del
movimento delle/ con le/ e tra le cose/discipline/persone/ambienti che si può
cogliere la qualità della “grazia “, quel movimento consapevole, controllato,
elegante (già ampiamente indagato da Maria Montessori) che genera una spinta
all’innovazione e stravolge i classici sistemi di apprendimento della
conoscenza e li trasforma da lineari, dunque simbolico astratti, a reticolari,
diffusi, espressivi.
Scenari
In
tutto ciò si prospettano scenari affascinanti sui quali costruire progetti
innovativi: la comunità educante è in cerca di nuovi modelli didattici basati
su esempi concreti di come fare scuola e di come generare socialità formativa
negli spazi pubblici. Tutto questo poggia su euristiche pedagogiche condivise,
assunte dalla comunità con responsabilità e passione. La mission culturale egli enti che propendono
verso l’universo formativo consiste nel cogliere i bisogni cogenti e nell’offrirvi
risposta attraverso progetti a composizione interdisciplinare che offrano le possibili
vie da percorrere. I progetti sui luoghi, gli ambienti e gli spazi
dell’apprendimento e della formazione, sono tra i più dinamici, perché offrono
un terreno molto fertile allo scambio culturale tra le discipline, gli ambiti, le
competenze di soggetti che generalmente non sempre in dialogo tra di loro:
pedagogisti, studiosi del movimento, psicologi, filosofi, architetti,
insegnanti, rappresentanti degli enti locali, committenti, tecnici e molti
altri ancora possono diventare gli interlocutori attivi di un processo di appropriazione partecipata
degli spazi per educare ed apprendere. Tutto questo su una piattaforma di
comunicazione neutrale come può esserlo quella di enti e fondazioni di alto
spessore culturale.